venerdì 6 marzo 2026

La lunga notte senza luna





Titolo: La lunga notte senza luna
Titolo originale: The spear cuts through water
Autore: Simon Jimenez
Editore: Mondadori


Trama

Anticamente, Luna e Acqua si amavano. In cerca di un modo per stare insieme, crearono il Teatro Riflesso, un luogo sospeso tra i mondi e nel tempo, a cui anche ai mortali è consentito l’accesso attraverso il sogno. Quando arrivi, sai già dove andare: ottava fila, posto centrale. Attratto da una forza sconosciuta, ti siedi e assisti al racconto di questa storia: un tempo, uno dei Primi Uomini scucì Luna dal cielo con la punta della sua lancia. Lei gli concesse quindi un desiderio: una discendenza investita di doni sovrannaturali che da allora ha regnato sull’Antica Patria, soffocandola, tuttavia, con la propria sete di potere e gettandola in un’oscurità sempre più profonda. Gli imperatori hanno tratto per secoli la loro forza da Luna, imprigionata nelle segrete del palazzo reale, ma una divinità non può essere rinchiusa per sempre... Mentre l’Ottavo Imperatore si prepara a un pellegrinaggio in cerca del segreto della vita eterna, e i suoi eredi, i Tre Terrori, tramano per prendere il suo posto, Luna convince Jun, figlio prediletto del Primo Terrore, ad aiutarla a scappare per rimediare al suo passato da feroce assassino. Durante la fuga, i due incontrano Keema, un giovane guerriero con un solo braccio e dalle misteriose origini, che si unisce a loro in questo pericoloso viaggio verso i confini più estremi del regno, alla ricerca di un modo per riportare la libertà e la luce nell’Antica Patria. Grazie a una capacità narrativa estremamente originale e stratificata, Simon Jimenez dà vita a un incredibile romanzo corale, che è allo stesso tempo un’avventura epica e una storia d’amore, un’esplorazione profonda dell’identità e del senso di appartenenza, e un tributo all’immenso potere delle storie e del racconto.


Recensione 

La lunga notte senza luna è probabilmente uno dei fantasy più trip e strani che abbia letto di recente (e forse anche non di recente), ma è stata una lettura che mi ha sorpreso in positivo. È uno di quei libri che, mentre lo leggi, ti fa pensare “ma che sta succedendo?” e subito dopo “ah ok, ci sta". Insomma avevo rimandato la lettura perché pensavo fosse troppo complessa e da un lato lo è, ma dall'altro...ragazzɜ funziona!
È una lettura che assorbe completamente e l'attenzione deve restare sempre alta, di certo non è una di quelle cose che leggi per staccare o per vivere un momento di leggerezza perché bisogna essere concentratɜ, ma coinvolge anche emotivamente. Forse sono io la solita frignona ma molte cose mi hanno commosso o fatto riflettere e nonostante nella seconda parte del libro e nel finale gli eventi sono più lenti e più dilatati, è una lettura che non sono riuscita ad accantonare.
La storia si svolge in soli cinque giorni, ma viene raccontata come se fosse una fiaba per adulti con digressioni oniriche e un flusso di coscienza collettivo. Tutti sono parte della storia che ci viene narrata su diversi livelli temporali e attraverso diversi narratori in una voce collettiva che trascina dentro alla storia. La narrazione, infatti, cambia continuamente persona, tempo verbale e punto di vista: si passa dalla seconda persona che parla direttamente a te (sì, proprio a te, seduto all’ottava fila, posto centrale), alla terza persona più classica, fino alla prima persona usata da personaggi, passanti, morti, animali, oggetti. Un casino? Sulla carta sì. Nella pratica… tutto è perfetto e si incastra alla perfezione.

Il cuore della storia è il Teatro Riflesso, questo spazio onirico e metafisico dove sogno, destino e memoria si intrecciano, e da cui prende vita la leggenda della Dea Luna, dell’Antica Patria sottomessa dal potere, e del viaggio di Jun e Keema, due dei protagonisti. Il soggetto non è unico ma ci sono vari protagonisti e moltissimi personaggi, eppure tutti sono costruiti perfettamente nonostante le storie condensate anche in poco tempo. Il ruolo di protagonista passa di persona in persona e questo passaggio scatena colpi di scena non indifferenti. La penna di Jimenez crea, inoltre, un worldbuilding ricchissimo, ispirato a folklore e mitologie del Sud-Est asiatico: Luna e Acqua come due facce della stessa medaglia, imperatori assetati di potere, tartarughe con una mente a sciame e il teatro stesso sono parte della mitologia di queste zone. Non c'è una leggenda unica a cui ispirarsi, o almeno io non l'ho individuata, ma si percepiscono i vari elementi a cui Jimenez si ispira. Il tutto senza infodump pesanti perché questo mondo ti avvolge piano piano, quasi senza che tu te ne accorga.

Il tono generale è onirico, visionario, a tratti assurdo, ma sempre controllato. Non è un fantasy d’azione eppure sprizza sangue, non è una storia d’amore classica, ma non mancano emozioni profonde, non è un Fantasy al cardiopalma ma ci saranno momenti di lotta e momenti più tranquilli. Di sicuro è un libro pieno di colpi di scena, inaspettati e che ti colpiscono quando meno te lo aspetti, soprattutto nella struttura. La missione di Keema e Jun prevede di aiutare la Dea Luna a eliminare la famiglia imperiale che da troppo tempo gioca con poteri non suoi e soffoca il paese, ma quando questa missione giunge al termine si scopre che in realtà la vera minaccia è legata a un cataclisma divino e salta fuori la bravura di Jimenez che ci ha accompagnato per tutto il libro facendoci credere che prendesse la strada di un fantasy classico. Lotta al potere e liberazione...e invece è molto più. E in realtà questo suo essere molto di più si vede dalle piccole cose, dalle frasi a effetto disseminate nel testo che ti fanno capire che non vuole essere un Epic fantasy convenzionale, ma qualcosa di più. E qui il tono cambia, perché sotto tutta questa stranezza, questo gioco narrativo e questa creatività fuori scala, il libro è profondamente emotivo. Parla di colpa e redenzione, di libertà, della ricerca di sé e del proprio scopo, ma anche di amore e sacrificio e lo fa in modo sincero e doloroso, senza essere mai pesante.

Come già detto nella seconda parte, e soprattutto nel finale, il ritmo rallenta un po' e alcune scene mi sono risultate troppo dilatate fino a un finale leggermente meno potente del resto, anche se l'ho apprezzato perché non mette un punto fermo alle vicende. 

In conclusione credo che non sia un libro per tuttɜ e che vada letto accettando di perdersi tra meandri onirici e flussi di coscienza, ma se avete voglia di un fantasy diverso dal solito, che mescola mito, sogno, lotte al potere e sentimento, con una scrittura coraggiosa e fuori dagli schemi, La lunga notte senza luna è un’esperienza da fare. 
Rileggendo la mia recensione mi rendo conto che non so se sono riuscita a spiegarmi e a far trasparire la vera essenza di questo libro, decisamente non scrivo bene come Jimenez quindi abbiate pietà.

Voto ⭐⭐⭐⭐⭐/5

martedì 17 febbraio 2026

Morte in grigio chiaro




Titolo: Morte in grigio chiaro
Autrice: Clara Prandi
Editore: Incipit23
Genere: giallo






Trama

Carlotta Ferrari vive in una vita color grigio chiaro: un marito distante, una villa elegante e fredda, giornate che si assomigliano. Tutto ordinato, sobrio, prevedibile. Finché l’estate a Tropea non le regala un improvviso lampo di colore: Tonino, pescivendolo calabrese dal fascino ruvido e dal cuore caldo, la trascina in un vortice di passione e desiderio.
Ma quando Carlotta torna nella provincia di Lecco, la sua vita prende una piega imprevista. Tonino, infatti, ha deciso di seguirla fino a lì, con un piano tanto ambizioso quanto pericoloso: rubare due quadri di enorme valore al marito di lei, Silvano Mariotti. Un piano perfetto, fino a quando l’uomo non viene trovato morto nella sua villa. 
A indagare sull’omicidio è il maresciallo Vincenzo Pepe, anche lui originario di Tropea, che si ritroverà invischiato tra amanti, domestiche ficcanaso, stalle e formaggi di capra.
Tra il tono ironico di una commedia e la tensione di un giallo, Morte in grigio chiaro racconta l’incontro tra due mondi, dove nulla è davvero bianco o nero. Perché, alla fine, anche la morte ha mille sfumature di grigio.



Recensione

Morte in grigio chiaro è il classico giallo poliziesco, uno di quei libri perfetti quando si ha voglia di staccare da letture più impegnative e lasciarsi trasportare da un’indagine ben costruita. Ogni tanto tornare al genere è un piacere per me, soprattutto quando la storia riesce a intrattenere con equilibrio e arguzia.

La vicenda si apre con Carlotta, che inizialmente sembra essere la protagonista. In vacanza si invaghisce di Tonino, un uomo affascinante ma tutt’altro che irreprensibile. C’è però un dettaglio non da poco: Carlotta è sposata. La situazione è già complicata di per sé e al ritorno a casa si aggroviglia ancora di più. Tonino, infatti, ha intenzione di sfruttare la sua relazione con Carlotta per derubare il marito di lei, collezionista di molte opere d'arte. Ma un omicidio interviene a sconvolgere ulteriormente gli equilibri. Chi ha commesso il delitto? E soprattutto quali segreti si nascondono dietro le  relazioni tra i vari personaggi?
A questo punto entra in scena il vero protagonista del romanzo: il maresciallo Vincenzo Pepe. Uomo integerrimo, metodico e determinato, guida le indagini con costanza e lucidità. Non è il classico investigatore tormentato, ma una figura solida, concreta, con un’ironia sottile che affiora nei suoi pensieri e che spesso è un piccolo regalo riservato a noi lettorɜ. Le sue battute salaci e argute alleggeriscono la narrazione senza mai scadere nell’eccesso, rendendolo un personaggio credibile e anche molto umano. Ho apprezzato particolarmente il suo modo di procedere: segue schemi precisi, non lascia nulla in sospeso e non si accontenta di risposte parziali, vuole la verità a tutti i costi.
Non vi svelerò di più sui vari personaggi che entrano in gioco, sappiate solo che alcuni mi hanno davvero fatto sorridere e ho compreso le motivazioni di altri, tutti sono comunque ben costruiti ed entrano in scena al momento giusto, come una pièce teatrale perfetta e sincronizzata.

Il ritmo non è serrato come in un thriller ad alta tensione, ma non ci sono nemmeno tempi morti o divagazioni inutili. Tutto è ben calibrato, il delitto stesso non irrompe immediatamente sulla scena, lasciando credere che il libro seguirà una certa piega, per poi cambiare direzione. Difatti si arriva gradualmente al cuore della vicenda, seguendo un filo logico che accompagna lə lettorə passo dopo passo. La scrittura è fluida e scorrevole, capace di mantenere viva la curiosità con uno stile chiaro e diretto, così le pagine scorrono con naturalezza e, pur non trattandosi di un romanzo lungo, riesce a costruire una trama solida e ben articolata.
Un altro punto di forza è la costruzione del colpevole: credibile, motivato, ben inserito nel contesto narrativo. Non avevo intuito subito chi potesse essere, e per me questo è sempre un elemento fondamentale in un buon giallo, la rivelazione finale è coerente con gli indizi disseminati lungo il percorso e regala quella soddisfazione tipica del genere.

In definitiva, è un libro che consiglio a chi ama i gialli classici, è fresco, ben scritto, non annoia e intrattiene con la giusta dose di ironia, intrigo e indagine, la curiosità che riesce a creare tiene incollatə alle pagine fino all’ultima riga.

Ringrazio moltissimo la casa editrice e l'autrice per la copia digitale e la collaborazione ❤️

Voto ⭐⭐⭐⭐,5/5

mercoledì 4 febbraio 2026

V13




Titolo: V13. Cronaca giudiziaria
Titolo originale: V13. Chronique judiciaire
Autore: Emmanuel Carrère
Editore: Adelphi 


Trama

Scandito in tre parti – «Le vittime», «Gli imputati», «La corte» –, V13 raccoglie, rielaborati e accresciuti, gli articoli (apparsi a cadenza settimanale sui principali quotidiani europei) in cui Emmanuel Carrère ha riferito le udienze del processo ai complici e all’unico sopravvissuto fra gli autori degli attentati terroristici avvenuti a Parigi il 13 novembre 2015 – attentati che, tra il Bataclan, lo Stade de France e i bistrot presi di mira, hanno causato centotrenta morti e oltre trecentocinquanta feriti. Ogni mattina, per quasi dieci mesi, Carrère si è seduto nell’enorme «scatola di legno bianco» fatta costruire appositamente e ha ascoltato il resoconto di quelle «esperienze estreme di morte e di vita» – le testimonianze atroci di chi ha perduto una persona cara o è scampato alla carneficina strisciando in mezzo ai cadaveri, i silenzi e i balbettii degli imputati, le parole dei magistrati e degli avvocati –, e lo ha raccontato, come solo lui sa fare, senza mai scivolare nell’enfasi o nel patetismo, e riuscendo a cogliere non solo l’umanità degli uni e degli altri (sconvolgente, ammirevole o abietta che fosse), ma anche, talvolta, la quasi insostenibile ironia dei discorsi e delle situazioni. Da questo viaggio al termine dell’orrore e della pietà, da questo groviglio di ferocia, di fanatismo, di follia e di sofferenza, Carrère sa, fin dal primo giorno, che uscirà cambiato – così come uscirà cambiato, dalla lettura del suo libro, ciascuno di noi.


Recensione 

Questo libro ha rappresentato il mio primo incontro con la scrittura di Carrère e, pur non trattandosi del mio genere abituale, la lettura si è rivelata coinvolgente e profondamente significativa. Ho letto il libro per unirmi a un gdl, il primo che faccio in presenza ed è stata una bella esperienza, era da tanto che non parlavo a voce di un libro letto e confrontare idee e sensazioni dona sempre spunti e punti di vista differenti.

L’opera affronta il processo seguito ai tragici attentati del 13 novembre 2015 al Bataclan, allo Stade de France e ai bistrot parigini. Carrère vi partecipa in veste di cronista e, benché mantenga un approccio analitico nella narrazione dei fatti, emerge chiaramente il suo coinvolgimento emotivo rispetto agli eventi e alle loro conseguenze. Lungi dal costituire un difetto, questa componente personale arricchisce il testo: attraverso la sua scrittura, l’autore ci invita a riflettere autonomamente, a elaborare le nostre conclusioni su cosa significhi davvero un attentato, sulle cause che lo precedono, sul momento stesso dell’orrore e sulla devastazione che ne consegue.
La prosa di Carrère è essenziale e rigorosa, capace di ricostruire con precisione i momenti, le vite e i nomi di tutte le persone coinvolte, vittime e carnefici. L’autore apre spazi di riflessione che, lo ammetto, non avevo mai considerato prima. La sua peculiarità risiede nell’approccio imparziale: pur essendo evidente che una completa neutralità sia impossibile (rimane infatti in contatto con alcuni genitori delle vittime), Carrère non impone mai il proprio pensiero ma stimola una riflessione profonda, come dovrebbe fare ogni buon giornalista. Il lettore non viene guidato verso conclusioni preconfezionate, ma è chiamato a elaborare una propria personale interpretazione. L’autore non privilegia le testimonianze delle vittime rispetto a quelle degli imputati, ma riporta fedelmente anche la ricostruzione delle loro esistenze e dei percorsi che li hanno condotti a compiere atti così orribili. Il processo si conclude, come noto, con la condanna degli imputati, ma resta apprezzabile il fatto che anche a loro sia stato dato spazio e voce per tentare di comprendere le motivazioni alla base della radicalizzazione.
Non mi vergogno di ammettere che durante l’ascolto dell’audiolibro ho pianto, provato angoscia e riflettuto intensamente. Ho considerato aspetti che prima non avevo preso in esame e, oggi, non avrei voluto trovarmi nei panni di quei giudici, perché non possiedo risposte certe.
Nonostante il giudizio complessivamente positivo, devo riconoscere che alcune parti mi sono parse macchinose e forzate. Non sempre sono riuscita a seguire chiaramente il filo del discorso e in alcuni passaggi il focus principale della narrazione sembra perdersi. Anche i continui salti temporali rendono la lettura confusionaria: pur comprendendo che la ripetizione delle stesse scene durante le deposizioni delle vittime sia inevitabile, questo procedere frammentario mi ha creato qualche difficoltà. Per questo motivo non sono sempre stata entusiasta dello stile di scrittura, che in molti punti risulta ostico. Inoltre, non ho particolarmente apprezzato il finale che, pur nella sua veridicità (Carrère riporta fatti reali e non metto in dubbio la sua testimonianza), mi è apparso discordante rispetto al resto del volume. Vedere persone festeggiare dopo la condanna di altri esseri umani e al termine di un processo durato un anno mi è sembrato straniante: comprensibile da un punto di vista umano, ma comunque straniante, almeno per la mia sensibilità.
In conclusione, questo primo approccio all’autore si è rivelato positivo, seppure con alcune riserve. La riflessione profonda e il coinvolgimento emotivo costituiscono certamente il fulcro centrale dell’opera, ma non sempre ho apprezzato pienamente il suo stile narrativo frammentario e “a singhiozzo”.

venerdì 23 gennaio 2026

Victorian Psycho

 


Titolo: Victorian Psycho
Titolo originale: Victorian Psycho
Autrice: Virginia Feito
Editore: Mercurio


Trama

È il Natale del 1858 quando Winifred Notty arriva a Ensor House, un’elegante dimora nella campagna inglese. Apparentemente impeccabile e professionale, la giovane governante nasconde invece un’anima tormentata e oscura. Dopo anni di rancore e risentimento, Winifred sta solo aspettando il momento giusto per realizzare finalmente il proprio terrificante piano di vendetta.

Recensione

Victorian Psycho* è uno di quei libri che dividono: o lo ami o lo odi. Viene spesso descritto come una critica alla società vittoriana, una denuncia della terribile condizione femminile, un ritratto crudele di un mondo di apparenze che nasconde l’orrore dietro buone maniere impeccabili.
Winifred, dicono, è un’antieroina: la risposta sbagliata a una società sbagliata.

Ebbene, dopo la lettura posso dire che… non ci ho capito niente.
O meglio: ci ho capito troppo e troppo poco allo stesso tempo. Non so ancora dire se mi sia piaciuto o no, perché gli elementi sono troppo discordanti e disturbanti – e non mi riferisco solo a quella che per me è stata violenza gratuita, ma proprio a tratti narrativi accostati a casaccio.
Victorian Psycho sembra nascere come un grande miscuglio di tutti gli elementi sopracitati, portati però all’estremo. Winifred non è l’antieroina della storia: è la cattiva. Lo è consapevolmente? Ha un disturbo mentale? Non è dato saperlo. Non si empatizza in alcun modo con lei e, sebbene questo sia probabilmente voluto, non si entra nemmeno davvero nella sua mente. Non è un tratto obbligatorio, ma forse in un libro come questo la sua psiche andava indagata più a fondo. Invece ci troviamo davanti a momenti gettati nella narrazione senza un vero filo, in una storia che si muove tra presente e passato creando più confusione che profondità. Winifred è la narratrice inaffidabile per eccellenza, ma non provate a entrare nella sua mente: trovereste solo un’oscurità accecante, perché fondamentalmente sembra non esserci altro.

Il messaggio di critica sociale arriva chiaro: il ruolo (o meglio il non ruolo) delle donne, la posizione ambigua delle istitutrici, che non erano servitù ma nemmeno famiglia. Purtroppo questo messaggio arriva in modo fin troppo evidente e scontato, con frasi già pronte e ripetute a pappardella, disseminate qua e là nel testo, senza offrire una vera riflessione.
Winifred si muove su questo terreno instabile con un unico piano chiaro in testa. Per quanto sia una narratrice inaffidabile, due cose si comprendono subito: vuole ritrovare suo padre e non vuole che le cose vadano come le altre volte, da cui si intuisce che non è la prima volta che ricorre a una violenza gratuita. Trovo sbagliata anche la trama che ci presenta le intenzioni di Winifred come una vendetta quando in realtà ci fa capire largamente che non è così che la vede lei. Lei puntava a un ricongiungimento che inevitabilmente finisce male e da lì si scatena la sua furia, ma il suo fine ultimo non è mai stato la vendetta.
L’Oscurità che si porta dietro è con lei da molto tempo, ed è proprio questo il problema: rende la lettura complessa, intricata ed estremamente cruda.
La scrittura, però, è indubbiamente bella ed evocativa per quanto riguarda il periodo storico. Feito riesce a trasportarci nell’epoca vittoriana attraverso piccoli dettagli – abitudini, odori, sensazioni – in un’immersione quasi fisica.
Eppure, ho trovato alcune scene inutilmente estreme, come se fossero lì solo per scioccare. La violenza e la crudeltà aumentano pagina dopo pagina fino a un finale sconvolgente, ma in fondo prevedibile e a tratti davvero nonsense. Capisco la follia, capisco la durezza della vita di Winifred e di tante altre come lei, ma tutto mi è sembrato portato all’eccesso.

Ci ho pensato per giorni e ancora non so dire se questo libro mi sia piaciuto oppure no. La scrittura mi è piaciuta, ma molte scene non le ho comprese perché, nel complesso, alla storia non servivano: sembrano inserite solo per renderla scioccante, senza aggiungere altro. La riflessione sulla condizione femminile, che molti si ostinano a vedere come centrale, in effetti c’è, ma è trattata in modo scontato e banale: non offre spunti, si limita a ripetere concetti che oggi diamo per acquisiti, ma che forse all’epoca non erano così immediati.
Perciò leggete questo delirio e poi traete le vostre conclusioni: è un libro che potrebbe fare per voi?

⚠️ Trigger warning: morte, violenza, violenza su cadaveri, deiezioni umane, violenza su animali morti, morti violente, bambini uccisi